2 Ottobre 2013
«Signor Presidente, onorevoli senatori, nella vita delle Nazioni
l’errore di non saper cogliere l’attimo può essere irreparabile. Sono le
parole di Luigi Einaudi quelle che richiamo qui oggi: le richiamo qui
in Parlamento, davanti al Paese, davanti a tutti voi, per venire subito
al cuore della questione. L’Italia corre un rischio che potrebbe essere
fatale, irrimediabile. Sventare questo rischio, cogliere o non cogliere
l’attimo, dipende da noi, dipende dalle scelte che assumeremo in
quest’Aula, dipende da un sì o da un no.
C’è un monito, un monito
più recente, ugualmente solenne, che voglio qui ricordare. Poco più di
cinque mesi fa il Presidente, cui va una volta ancora la mia, la nostra,
profonda gratitudine, per quanto ha fatto e sta facendo per l’Italia,
il presidente Giorgio Napolitano invitava le Camere riunite ad offrire
una testimonianza di consapevolezza e di coesione nazionale, di volontà
di dare risposte vere ai problemi del Paese. Invitava tutti coloro che
lo avevano appena eletto una seconda volta alla Presidenza della
Repubblica – fatto unico nella nostra storia – a uno scatto di dignità,
di attaccamento alle istituzioni, di amore per l’Italia.
Quel
monito fu accolto, anche allora, da un appassionato plauso della
maggioranza dei presenti di queste Aule. Quel monito ha avuto come
seguito nei mesi successivi l’impegno, con tutte le forze e la massima
determinazione possibile, del Governo per costruire soluzioni tangibili
ai problemi veri delle persone, per provare ad alimentare una rinnovata
fiducia nella politica, nella sua capacità di riformare l’Italia e
anche, problema più serio, di riformare se stessa, per restituire al
mondo l’immagine di un Paese giovane, dinamico, affidabile.
I
componenti del Governo hanno dato prova di lealtà. Tutti, pur
consapevoli dello spazio ristretto nel quale ci si muoveva, si sono
adoperati in Consiglio dei ministri e nell’attività da Ministri per
costruire insieme politiche efficaci, senza certo rinunciare alla
propria identità politica o ai propri convincimenti di parte, ma
lavorando tutti con vero spirito costruttivo. Abbiamo fatto passi
avanti, impensabili anche solo fino a pochi mesi fa, nella comprensione
reciproca. Ci siamo confrontati su un orizzonte più alto, più nobile,
quello dell’interesse generale degli italiani. E gli italiani, nella
stragrande maggioranza, ci dicono, mi verrebbe da dire ci urlano, che
non possono più delle messe in scena da «sangue e arena» e del «si
scannano su tutto, ma poi non cambia niente». Cambia se vogliamo che
cambi. Cambia se ci predisponiamo noi per primi al coraggio. Cambia se
siamo solidi al punto da non temere che l’incontro con l’avversario
sporchi o inquini la nostra reputazione: solo chi ha un’identità debole
teme il confronto con le ragioni altrui.
Io stesso, lavorando
gomito a gomito con i Ministri, con i parlamentari che militano in altri
partiti rispetto quello nel quale milito io, sono in grado oggi di
apprezzare e di testimoniare la passione che alberga in tutti i settori
della politica italiana, settori che non sono il mio, settori che hanno
dato esempio di vitalità complessiva del sistema, ai quali voglio quindi
rendere testimonianza e che, voglio sottolineare, rappresentano uno dei
punti nevralgici della discussione che stiamo svolgendo. Solo chi non
ha le spalle larghe finisce ostaggio della paura del dialogo, perfino
quando il dialogo è virtuoso e volto solo e soltanto al bene comune.
La
prima sede deputata al confronto sono certamente le istituzioni. Per
questo in ogni atto del Governo, in ogni iniziativa, nazionale e
internazionale, in ogni passaggio, anche delicato o doloroso, ho
doverosamente coinvolto il Senato della Repubblica e la Camera dei
deputati. Personalmente, con oggi, ho risposto dell’operato del Governo,
io stesso, in Parlamento, 15 volte in poco più di 150 giorni. Ho
ripristinato lo strumento del question time alla Camera dopo anni e anni
di assenza; l’ho introdotto per la prima volta in quest’Aula al Senato.
Perché questo è il luogo della sovranità popolare. Perché il rispetto e
l’amore per le istituzioni sono intrinseci alla cultura, alla mia
cultura, e costitutivi della mia storia personale e politica. Perché il
Governo che guido è nato in Parlamento, e, se deve morire, deve farlo
qui: in Parlamento, appunto, alla luce del sole, di fronte a tutti gli
italiani.
Questa trasparenza, con la linearità dell’azione
politica ad essa sottesa, è il modo migliore per affrontare anche le più
complesse e apparentemente inestricabili commistioni tra questioni
diverse e in conflitto tra di loro. È il caso – non intendo certamente
girarci attorno – della vicenda giudiziaria che investe Silvio
Berlusconi. La vita del Governo e la decisione della Giunta delle
elezioni e delle immunità parlamentari del Senato sulla sua decadenza da
senatore si sono sovrapposte in queste settimane in un crescendo di
convulsioni che ha sempre più condizionato il dibattito pubblico. Un
crescendo culminato mercoledì scorso nell’annuncio delle dimissioni da
parte dei parlamentari del PdL, giunto proprio mentre intervenivo, a
nome di tutta l’Italia, davanti all’Assemblea generale delle Nazioni
Unite.
Ebbene, esattamente una settimana fa si è creata una
situazione insostenibile che mi ha portato qui oggi a tracciare davanti a
voi la separazione tra quella questione giudiziaria e l’attività di un
Esecutivo che è nato per servire l’Italia. I due piani non potevano né
possono essere sovrapposti.
La nostra Repubblica democratica si
fonda sullo Stato di diritto, sul principio di legalità, sulla
separazione dei poteri. In uno Stato democratico le sentenze si
rispettano, si applicano fermo restando il diritto intangibile a una
difesa efficace, senza leggi o trattamenti né ad personam, né contra
personam. Un diritto che va riconosciuto e concesso a un parlamentare
come a qualsiasi altro cittadino italiano.
Onorevoli senatori, il
Governo, questo Governo in particolare, può continuare a vivere e a fare
bene solo se è convincente nella definizione del programma e nella sua
attuazione, in un vero e proprio nuovo patto, giorno dopo giorno, con la
prospettiva sempre focalizzata sui problemi veri delle persone, delle
famiglie, delle imprese, della nostra comunità. Tutto il resto (le
minacce quotidiane, le polemiche tossiche agitate strumentalmente)
ingenera caos, disagio, smarrimento nei cittadini; di certo nulla di
buono e sano porta alla gestione della cosa pubblica, tanto più in una
stagione di gravissima complessità quale quella che stiamo vivendo.
Più
e più volte in questi mesi mi avete ascoltato tessere in Italia e
all’estero l’elogio della stabilità: stabilità intesa come valore
assoluto, da perseguire e alimentare ora dopo ora, stabilità messa così
clamorosamente a repentaglio.
Non è sempre stato così nella storia
italiana. Nella primissima fase della Repubblica, dal 1946 al 1968,
abbiamo avuto una stabilità politica impensabile oggi. In quegli anni,
dal ’46 al ’68, tre Presidenti del Consiglio hanno governato la maggior
parte di quel tempo. I benefici della stabilità di allora li conoscono
tutti gli italiani; hanno avuto conseguenze: la ricostruzione dalle
macerie della guerra, il boom economico, una crescita media del 5 per
cento l’anno, un debito pubblico che a quel tempo era ben al di sotto
del 50 per cento del PIL. Poi, tra il 1968 e il 1992 si sono succeduti
ben 24 Governi; la crescita è rallentata, il consenso elettorale è stato
acquisito allargando i cordoni della borsa dello Stato, facendo più che
raddoppiare il debito pubblico. La fase successiva, quella attuale,
avrebbe dovuto essere la stagione della democrazia compiuta e
governante. Non lo è stata, ahinoi!
Dal 1992 ad oggi si sono
avvicendati addirittura 14 Governi. Per un impietoso confronto, in
Germania ci sono stati solo tre Cancellieri nello stesso periodo. Noi
14, loro tre in tutto! Un altro spread, a ben vedere, un altro spread
che pesa eccome nel confronto con le grandi democrazie europee.
È
evidente a chiunque che le politiche per la crescita, che necessitano di
un lungo respiro perché chi le attua possa goderne frutti, sono
possibili solo con una prospettiva temporale ragionevole e con Governi
stabili. Nel breve orizzonte manca il coraggio perché ai primi costi – e
le riforme sono costose, oltre che spesso dolorose in termini di
consenso – il Governo viene mandato acasa. Avanti il prossimo, e poi il
prossimo ancora, oppure tutti alle urne.
Questa è una delle
ragioni – non certo l’unica – che spiega la mancanza di crescita e
l’impennata del debito pubblico. Dietro, a ben vedere, c’è un’altra
grande mancanza, quella della politica: c’è l’assenza di scelte forti,
c’è l’ossessione del presente, del consenso a tutti i costi, qui e
subito.
Oggi rischiamo di trovarci in una situazione analoga. Non
sono le forze dell’opposizione, che legittimamente si oppongono a un
Esecutivo che non condividono: sono le forze della maggioranza a
trovarsi in una fibrillazione che potrebbe precipitare la crisi. E una
crisi significherebbe, di nuovo, contrarre ancora gli orizzonti,
posticipare ancora le misure a favore di imprese, lavoratori,
disoccupati (disoccupati giovani e non) che aspettano solo di essere
aiutati per uscire dalla crisi. Significherebbe di nuovo sedere sul
banco degli imputati in Europa e nel mondo: l’Italia incorreggibile
l’Italia che non impara mai dai propri errori, l’eterna incompiuta che
manda nel panico i mercati e scatena la preoccupazione.
Questo
significherebbe, anche, oggi, rinunciare alla riforma indispensabile
della politica e delle istituzioni. Riforma cui tutte le forze di
maggioranza si sono solennemente impegnate ad aprile: mai più porcellum,
mai più finanziamento pubblico ai partiti, mai più storture del
bicameralismo paritario. Oggi, in poco tempo, possiamo riformare davvero
la politica: i provvedimenti varati dal Governo in questi mesi sono ora
all’esame del Parlamento. Se rapidamente discussi e approvati, possono
costituire davvero una svolta nel rapporto con una pubblica opinione
che, dobbiamo esserne tutti consapevoli, non dà più credito alle
promesse, non attende più. Il tempo d’attesa è scaduto.
In caso di
crisi rischiamo invece di scivolare verso elezioni che potranno sì, ma
che – lo sappiamo – rischierebbero portare a un raggiustamento nelle
percentuali tra un partito e l’altro, di consegnare per l’ennesima volta
il Paese all’ingovernabilità. Probabilmente, ci troveremmo ancora, dopo
le elezioni, per uscirne, le larghe intese, perché con questa legge
elettorale, con questo assetto bicamerale, con questo sistema politico
frazionato in quattro o cinque coalizioni, le prossime elezioni
rischierebbero di non produrre una chiara maggioranza.
Sulle
riforme oggi la direzione è tracciata. In questi cinque mesi, in
anticipo sul cronoprogramma che ci eravamo imposti e che avevamo deciso
insieme in Parlamento, il Comitato dei saggi ha completato un impianto
di riforma delle istituzioni ambizioso e moderno, equilibrato. Nessun
stravolgimento, nessun golpe, nessun attentato ai principi fondamentali
della Carta costituzionale: indicazioni di rotta per cambiare in meglio e
rendere finalmente funzionante la democrazia italiana.
D’altronde,
come si fa a difendere il bicameralismo paritario? Come si fa a non
ridurre il numero dei parlamentari? Come si fa a non vedere gli intralci
e le storture generate dalla riforma del Titolo V del 2001? Oggi siamo,
come dicevo, nelle condizioni di chiudere in anticipo, rispetto alle
previsioni iniziali, e di completare, dunque, il percorso di riforma in
12 mesi da oggi. Questa volta ce la possiamo fare; possiamo costruire
istituzioni funzionanti e, prima di ogni altra cosa, scrivere, come sta
avvenendo qui in Senato, in la Commissione affari costituzionali, (è
materia tipicamente parlamentare e il Governo è rispettoso
dell’iniziativa del Parlamento), una legge elettorale in grado di
restituire il diritto di scelta ai cittadini, di consegnare al Paese
vincitori e sconfitti, di mettere chi vince nelle condizioni di
governare davvero, fuori dalle polemiche per il bene dei cittadini e con
il coinvolgimento di tutte le forze politiche dentro e fuori la
maggioranza.
Il Governo, dunque, intende sostenere e accompagnare
attivamente il percorso parlamentare (che oggi, con la procedura di
urgenza in atto qui al Senato, è un procedimento concreto) di modifica
dell’attuale legge elettorale sia in previsione di una possibile
pronuncia della Corte costituzionale sia per evitare comunque il rischio
che il Paese possa tornare al voto con l’attuale legge, che toglie ai
cittadini il diritto di scegliersi gli eletti e che porta maggioranze
diverse, come capita questa volta, nelle due Camere.
Un percorso
di modifiche che non è in contrasto con la consapevolezza che la legge
elettorale andrà poi rivista in base alle scelte di modifica
costituzionali in materia di forme di Governo e bicameralismo.
Onorevoli
senatori, che ce la possiamo fare l’ho detto e ridetto all’infinito a
tutti coloro che ho incontrato nelle ultime settimane. Vale per la
riforma delle istituzioni, vale a maggior ragione per l’economia e la
società. Dopo otto trimestri di contrazione, l’economia italiana si è
stabilizzata e avviata verso una graduale ripresa. Abbiamo alle spalle
un incubo, abbiamo alle spalle un periodo di recessione senza precedenti
dalla Seconda guerra mondiale; una recessione che segue il decennio
perduto. Con la crisi l’Italia ha perso più di otto punti percentuali di
PIL, l’Italia ha perso oltre un milione di posti di lavoro; un
cataclisma nell’economia, nella società, che porta e ha portato
preoccupazione, disagio, disperazione nelle famiglie italiane.
È a
loro, prima che a chiunque altro, che dobbiamo rendere conto delle
nostre azioni; è su di loro che le conseguenze del voto di oggi
potrebbero causare danni irreparabili. Per evitarlo, subito, tra pochi
giorni, abbiamo l’occasione di fare una nuova politica economica e
industriale che si concentri su tre grandi priorità: il rafforzamento
della ripresa in atto, il taglio consistente delle tasse sul lavoro e
sui lavoratori, un intervento drastico sui fattori che limitano la
competitività dell’economia.
Dal suo insediamento il Governo ha
investito oltre 12 miliardi di euro, quattro dei quali sul lavoro, la
cassa integrazione, gli ammortizzatori sociali e la lotta alla povertà.
Lo ha fatto in costante e proficuo dialogo con il sindacato e con tutte
le parti sociali, ed è stata una buona notizia il documento comune sulla
crescita presentato un mese fa imprenditori e sindacati, documento sul
quale siamo pronti oggi al confronto.
Il nostro obiettivo,
dichiarato da tempo, è un aumento del PIL pari all’1 per cento per il
2014 e superiore negli anni successivi. La legge di stabilità è
l’occasione per raggiungere questi obiettivi e dimostrare al Paese che
il cambiamento è in atto. Questo non significa naturalmente che abbiamo
intenzione di arretrare di un millimetro nel processo di risanamento
della finanza pubblica, anche perché ogni allentamento delle politiche
si riflette pesantemente sui costi di finanziamento del nostro debito.
Il
risanamento ci ha consentito, grazie ai sacrifici di tutti gli italiani
e all’azione degli Esecutivi precedenti e di questo Governo, di uscire a
fine giugno dalla procedura di infrazione per deficit eccessivo
dell’Unione europea; ci ha permesso finalmente di non essere più sotto
esame. Per questo vogliamo e possiamo confermare, con la serietà che ci è
richiesta e di cui certo disponiamo, che rispetteremo gli impegni con
l’Europa per il 2014: l’indebitamento nominale deve restare e resterà
entro la soglia del 3 per cento; l’indebitamento strutturale deve
tendere e tenderà rapidamente verso il pareggio; il peso del debito deve
ridursi e si ridurrà. Nell’immediato il Governo adotterà le misure
necessarie per ricondurre l’indebitamento del 2013 entro il 3 per cento.
In
questi cinque mesi, onorevoli senatori, abbiamo sostenuto l’economia in
primo luogo attraverso la forte accelerazione impressa al pagamento dei
debiti della pubblica amministrazione verso le imprese; un percorso
iniziato durante il Governo Monti, che ci eravamo impegnati a
velocizzare. L’abbiamo fatto e documentato settimana dopo settimana; a
oggi, 2 ottobre, alle imprese sono arrivati 12 miliardi di euro, con
un’accelerazione di settimana in settimana. Completeremo il tutto nel
2014, e anche in questo caso non c’è certo bisogno di ricordare che
l’eventualità di un Governo debole rallenterebbe o addirittura
impedirebbe di portare a compimento il pagamento. Interverremo poi per
ridurre i costi delle bollette elettriche e rilanceremo politiche
industriali di settore; continueremo interventi specifici a favore delle
piccole e medie imprese, cuore del nostro sistema economico e
imprenditoriale.
In questi mesi, abbiamo inoltre varato leggi a
sostegno dell’edilizia ecocompatibile, del mobile-arredo,
dell’efficienza energetica, delle infrastrutture e iniziative per
migliorare la qualità della spesa pubblica e dare sostegno alla domanda
interna. Queste azioni proseguiranno nell’ultimo trimestre dell’anno e
nel 2014.
Non intendo certo qui stilarne la lista: è troppo lunga,
ma siamo stati tutt’altro che il Governo del rinvio. Lo dico perché
voglio far presente che proprio oggi «Il Sole 24 Ore» ha un inserto
tutto dedicato al tema dei lavori per la casa, per le infrastrutture,
per gli interventi ecocompatibili, antisismici, per il contrasto
d’interessi, che renda possibile che quando si chiede una fattura vi sia
da una parte l’interesse ad ottenerla e dall’altra parte l’interesse di
chi svolge una funzione effettivamente a farla e a fare tutto alla luce
del sole.
È la dimostrazione, qui, che chi parla di Governo del
rinvio mente, è la dimostrazione, qui, dei fatti concreti che in questi
cinque mesi sono stati messi in campo per rilanciare l’economia, i posti
di lavoro e le attività del nostro Paese.
A chi parla di Governi
del rinvio invito a chiedere ai beneficiari delle centinaia di misure
messe in cantiere da aprile in poi se condividono o meno questa
percezione: ai precari della pubblica amministrazione, alle donne
vittime di soprusi, agli esodati per licenziamento individuale, ai
cassaintegrati, agli insegnanti di sostegno, agli assegnatari delle
borse di studio, agli operatori della cultura, ai lavoratori delle
fondazioni liriche, a chi sta ristrutturando casa, a quanti ieri stesso
in tre ore hanno fatto un clic - (5.500 posti di lavoro nuovi che si
sono creati per i giovani), ai piccoli imprenditori beneficiari della
nuova legge Sabatini, ai ragazzi che fino a ieri erano figli legittimi,
naturali, adottivi e oggi sono figli, figli e basta. E potrei
continuare.
Invece che di rinvii, parliamo di serietà: serietà
perché i problemi li abbiamo affrontati in questi mesi, con soluzioni
immediate quando è stato possibile. Penso ancora alla cassa
integrazione, alla riforma per rendere più rapida la giustizia civile,
al piano casa per le giovani coppie e per i precari, alla legge contro
il femminicidio, al diritto allo studio, alla cultura, all’edilizia
scolastica che è ripartita, allo sblocco dei cantieri, ai primi
interventi di lotta alla povertà, agli ecobonus, alla defiscalizzazione
di tanto lavoro per i giovani.
Quando invece le soluzioni
immediate non sono state oggettivamente percorribili, abbiamo scelto la
via della costruzione paziente di riforme destinate a durare, certo
oltre il nostro stesso mandato. È una scelta che rivendico, sì, è una
scelta di serietà.
Questo stesso metodo ci guiderà nel prossimo
futuro: selettività, attenzione, cura per la cosa pubblica senza alcuna
ansia dettata dalle pressioni del dibattito pubblico. La legge di
stabilità estenderà il campo d’azione degli interventi per la crescita,
sposterà l’enfasi della politica di bilancio verso la riduzione della
spesa e verso la riduzione delle tasse, in linea con quanto abbiamo
fatto finora, confermando anche in materia fiscale e di fisco per la
casa la rotta degli impegni assunti.
Proprio perché non vogliamo
nuove tasse, intendiamo mettere il livello complessivo della spesa
pubblica al centro dell’impostazione dell’azione di bilancio per il
2014. Al contenimento della spesa pubblica contribuirà il processo di
revisione delle strutture pubbliche e delle loro procedure. Vorrei che
questo passaggio fosse chiaro a tutti noi: non esistono tagli di spesa
facili, a meno che non s’intenda, ma sono certo che nessuno in
quest’Aula lo voglia, procedere a colpi di tagli lineari. La revisione
va dunque fatta con accortezza, attenzione, competenza. Se otterremo la
fiducia chiederemo al dottor Carlo Cottarelli di assumere il ruolo di
commissario per la spending review.
Crediamo sia possibile fare
un’efficace azione di revisione della spesa nella pubblica
amministrazione, assicurandone le funzioni fondamentali e tutelando le
fasce più deboli della popolazione.
E d’altronde – lo voglio dire
rivendicandone tutta la forza – in questo 2013 abbiamo realizzato finora
1.700 milioni di euro di riduzione della spesa pubblica. Cifre, fatti,
non annunci!
In questi cinque mesi, onorevoli senatori, ho
rappresentato l’Italia in quattro Vertici internazionali, due Consigli
europei, un G8 e G20. Ben tre di essi, tre su quattro, hanno avuto al
centro la battaglia contro i paradisi fiscali nel mondo. Il nostro
contributo è stato importante per l’assunzione di decisioni ormai
vincolanti: il cerchio si sta stringendo attorno ai Paesi che alle
banche che hanno consentito in questi anni l’esportazione illegale di
capitali finanziari sottratti all’erario, dunque alla collettività.
Il
tempo dei capitali esportati illegalmente all’estero sta dunque
finendo, è in corso una svolta storica nel mondo che dobbiamo cogliere,
affinché vinca la legalità e l’Italia possa riappropriarsi di risorse
che consentiranno, già a partire dal prossimo esercizio finanziario, di
far scendere il deficit e centrare il nostro obiettivo principale:
abbassare le tasse a vantaggio dei cittadini onesti.
Chiederò per
questo al procuratore Francesco Greco di riaggiornare rapidamente le
conclusioni del lavoro svolto l’anno scorso, per consentirci di avviare
un piano articolato sul tema della legalità e dei capitali all’estero.
La
delega fiscale darà poi stabilità e certezza al regime impositivo,
contribuirà a rendere più sistematica la lotta all’evasione e a
migliorare i rapporti tra fisco e contribuenti, oltre che a consentire
una revisione periodica dell’entità complessiva e delle motivazioni
delle agevolazioni fiscali.
Vogliamo procedere ad una revisione
della struttura delle aliquote dell’IVA e anche l’introduzione della
service tax permetterà di accrescere la responsabilità fiscale dei
Comuni, secondo un principio molto elementare di “vedo-pago-voto”.
Voglio
peraltro porre in rilievo – e voglio insistere su questo punto al di là
di tutte le cose dette, spesso a partire da informazioni sbagliate, in
questi mesi e in questi ultimi giorni in particolare – che questi cinque
mesi di Governo hanno già determinato un primo significativo sollievo
fiscale per gli italiani.
A chi ancora oggi fa polemiche sul tema
del fisco ricordo che grazie al nostro Governo gli italiani hanno
pagato, in questi cinque mesi, meno tasse rispetto al previsto per oltre
3 miliardi di euro e anche questi sono fatti, non sono rinvii. Con la
legge di stabilità e i provvedimenti collegati punteremo, come ho detto,
ad una riduzione del carico fiscale sul costo del lavoro in entrambe le
componenti, quella a carico del datore di lavoro e quella a carico del
lavoratore. Dunque (lo scandisco bene): più soldi in busta paga per il
dipendente, più margini di competitività per le imprese, riattivazione
della domanda interna. Più incentivi all’assunzione dei lavoratori a
tempo indeterminato. E poi: sgravi fiscali per le start up innovative;
rafforzamento dell’ACE (l’aiuto per la crescita economica messo in campo
dal Governo Monti) così da incentivare la patrimonializzazione delle
imprese e gli investimenti; avvio di un importante programma di
dismissioni immobiliari e privatizzazioni e razionalizzazione delle
società controllate, statali e locali.
Nessuna svendita, ma
fondamentali immissioni di nuovi capitali per essere più competitivi ed
evitare quelle delocalizzazioni che soprattutto nelle Regioni del Nord,
con le vicine e competitive aree della Slovenia, dell’Austria e della
Svizzera, rendono complesso il lavoro delle nostre piccole e medie
imprese.
L’azione congiunturale e le riforme strutturali devono
essere collegate strettamente, dobbiamo completare gli interventi già
avviati nei campi della giustizia civile, della regolamentazione e della
riforma della pubblica amministrazione. Su questa traccia muove il
Piano destinazione Italia, presentato personalmente alla comunità
finanziaria mondiale la scorsa settimana.
Si tratta di un
pacchetto di certezze con tre priorità assolute: assicurare agli
investitori stranieri e ai nostri imprenditori la certezza del fisco,
essenziale per la pianificazione degli investimenti; la certezza dei
tempi, appunto con la riforma della giustizia civile; la certezza delle
regole, per esempio con la riforma della Conferenza dei servizi e con un
Testo unico sulla normativa del lavoro.
Più in generale, proprio
in tema di regole, sulla giustizia il nostro lavoro potrà basarsi sulle
importanti indicazioni contenute nella relazione conclusiva del gruppo
di lavoro nominato dal presidente Napolitano il 30 marzo 2013.
In
questo quadro di opportune e urgenti riforme si collocano sia
l’adempimento degli obblighi europei (a cominciare dal rispetto delle
decisioni della Corte di giustizia dell’Unione europea) sia la necessità
di ulteriori misure per affrontare la questione carceraria, oggetto di
un annunciato messaggio del Capo dello Stato alle Camere e di un suo
appassionato discorso nell’ultima visita al carcere napoletano di
Poggioreale.
Tornando al piano di attrazione degli investimenti
«Destinazione Italia», abbiamo iniziato a costruirlo fin d’ora perché il
momento in cui il mondo farà rotta sull’Italia è dietro l’angolo. EXPO
2015 è dietro l’angolo, guai a considerarlo soltanto un evento: è la
scossa di fiducia con cui ci scrolleremo di dosso una volta per tutte
quella cappa di autolesionismo e minimalismo che troppo spesso ha
accolto le nostre paure. È un’occasione per tutta l’Italia ed è, in
particolare, una grande sfida per il Nord e per le aree più produttive
del Paese.
Il tema dell’EXPO «Nutrire il Pianeta, Energia per la
Vita» è straordinario, scritto proprio pensando a noi italiani, alla
forza dell’ambiente, dell’agricoltura, dell’enogastronomia italiana, che
anche nella crisi hanno trascinato il made in Italy nel mondo. Insieme
possiamo nutrire l’Italia che fa crescere ogni giorno la ripresa.
In
parallelo, occorre portare a compimento l’assetto del decentramento
fiscale e completare gli atti, rimasti ancora in sospeso, che riguardano
il federalismo fiscale. Le linee guida del Governo sono l’equilibrio di
bilanci, la responsabilità fiscale, la semplificazione. Occorre muovere
verso un vincolo di bilancio pienamente coerente con la riforma
costituzionale, prima di tutto costruendo un Patto di stabilità interno
più intelligente, strategico, industriale e non solo contabile, capace
di stimolare gli investimenti anziché bloccarli sia con l’obiettivo di
creare lavoro in questa fase di crisi sia perché, senza investimenti,
non esistono innovazione, riforme e crescita.
Lo faremo nel
rispetto del ruolo dei territori, nel rispetto del ruolo dei Comuni, che
dobbiamo liberare, e nel rispetto del ruolo delle autonomie speciali.
La
ripresa della attività produttiva attenuerà la disoccupazione e le
diffuse condizioni di disagio economico. È, però, indispensabile
potenziare sotto il profilo quantitativo e qualitativo gli strumenti di
sostegno alle fasce deboli della popolazione: i centri per l’impiego, le
misure per l’inclusione sociale, il contrasto alla povertà. Milioni di
persone vivono oggi in Italia in una situazione di estrema
vulnerabilità. Non c’è niente – davvero niente – di più urgente e
indispensabile che continuare, come abbiamo iniziato a fare, a mettere
in moto strumenti concreti per attenuare la loro disperazione, per
evitare che essa si trasformi in rabbia e in conflitto. Nella legge di
stabilità inseriremo il sostegno all’inclusione attiva, per aiutare le
famiglie povere, specialmente quelle con figli minori, condizionato
ovviamente alla prova dei mezzi, all’attivazione sul mercato del lavoro e
ad altri impegni da parte dei beneficiari. L’aver già approvato in
questi mesi la Carta per l’inclusione sociale dimostra che anche su
questo terreno, altro che rinvii: le prime risposte sono arrivate, altre
arriveranno.
Questo, onorevoli senatori, è valido per tutto il
Paese, ma a maggior ragione è valido per il Sud. In questi primi cinque
mesi abbiamo puntato per il Sud sugli investimenti, sulla scuola, sulla
cultura, sulle infrastrutture.
Sulla cultura, insisto sulla
portata del grande piano per Pompei, oggi finalmente in grado di farne
uno dei simboli dell’Italia che torna ad investire sul suo migliore
patrimonio.
Abbiamo inserito poi l’obiettivo Mezzogiorno nel
nuovo piano industriale della Cassa depositi e prestiti che,
complessivamente, prevede investimenti fino a 95 miliardi di euro nel
periodo triennale.
Dobbiamo lavorare per garantire a costi
accessibili la continuità territoriale, in particolare per la Sardegna.
Lo sblocca cantieri ha fatto ripartire la metropolitana di Napoli,
l’Alta Velocità Napoli-Bari, la progettazione dell’Alta Velocità fino a
Reggio Calabria, le autostrade Agrigento-Caltanissetta e Ragusa-Catania.
Ancora,
sul Sud vogliamo vincere la grande battaglia contro la dispersione
scolastica. Abbiamo stanziato i primi 15 milioni per far sì che il
reclutamento della scuola batta il reclutamento della strada; che tutti i
nostri ragazzi abbiamo diritto al futuro con l’istruzione. Perché al
Sud, lo sappiamo, l’intensità di ogni problema è moltiplicata
all’ennesima potenza; perché al Sud peggiore perfino della rabbia
rischia di essere la disillusione e lo scoramento di milioni di giovani,
donne, innanzitutto; perché al Sud l’impatto devastante della crisi si
accompagna all’effetto della rivoluzione perennemente annunciata e mai
arrivata: quella fatta di secoli, di promesse mancate, di illusionisti,
di scorciatoie, quella che allontana il Sud dall’Italia e rischia di
allontanare l’Italia dall’Europa.
A proposito di Europa, le
prossime settimane saranno decisive per i fondi strutturali europei. Gli
atti di programmazione del nuovo ciclo 2014-2020 vanno definiti,
negoziati ed approvati entro i primi mesi del 2014. Le risorse del
vecchio ciclo vanno spese assolutamente entro il 2015, pena il
disimpegno.
Abbiamo alle spalle un grande lavoro di ricognizione e
razionalizzazione, culminato con la creazione dell’Agenzia per la
coesione, proprio per impiegare al meglio i fondi europei di oggi e
quelli che verranno. Non possiamo permetterci di buttare tanti soldi
alle ortiche. Non siamo nelle condizioni di sprecare risorse, di
sprecarle ancora.
Le risorse, tanto più in questa stagione,
dobbiamo impiegarle bene e laddove davvero servono a costruire futuro. E
insisto su questo punto. Per noi italiani cultura e educazione dovranno
essere il cuore della nostra riscossa. Abbiamo già cominciato a dare il
primo segnale di inversione di tendenza con i due decreti di agosto e
di settembre: “Valore Cultura” e “L’istruzione riparte”.
Sono
forse tra i risultati di cui vado più fiero. La strada anche qui è
tracciata. Se ci darete la fiducia la percorreremo con maggiore
convinzione e slancio ancora. Cultura ed educazione devono essere il
centro della nostra ripartenza. Anche, e forse soprattutto da questo,
dipende il nostro futuro in Europa e nel mondo.
Al G8 e al G20
abbiamo intensamente lavorato per supportare la risoluzione politica del
dramma siriano; ciò a dispetto dello scetticismo iniziale con il quale
sono stati commentati certi interventi. L’intesa raggiunta nei giorni
scorsi a New York da conto del nostro contributo e riflette anche la
posizione italiana, sulla quale, peraltro, hanno finito per convergere
anche gli altri Paesi europei: centralità delle Nazioni Unite, condanna
inequivocabile dell’utilizzo delle armi chimiche, massimo impegno
nell’aiuto umanitario per il dramma senza precedenti di oltre 2 milioni
di rifugiati.
Onorevoli senatori, nel 2014 l’Italia assumerà la
presidenza del Consiglio dell’Unione europea, per l’unica volta in
questo decennio. Quella precedente era nel 2003, 10 anni fa. La prossima
volta sarà tra 15 anni. Il 2014 è domani. È un anno decisivo; un anno
in cui non possiamo permetterci di far tacere o mancare la voce
dell’Italia.
Le parole crescita e lavoro saranno al centro del
nostro semestre. Sarà il primo semestre della nuova legislatura
2014-2019. Dovremo fare, di quella legislatura europea, la legislatura
della crescita dopo la legislatura dell’arretramento e della sola
austerità che in Europa abbiamo vissuto dal 2009 ad oggi.
Porteremo
al centro dell’attenzione continentale una gestione attenta e solidale
del fenomeno delle migrazioni, partendo dall’appello di Papa Francesco a
Lampedusa. L’Europa riparlerà finalmente di Mediterraneo.
Subito
però scrolliamoci di dosso l’idea che stare in Europa voglia dire «fare i
compiti a casa». L’Europa non è un compitino, è un cammino dei popoli,
in cui l’Italia non deve mettersi da sola dietro la lavagna, ma agire da
guida, perché l’Italia può farlo. In questi mesi abbiamo dimostrato,
onorevoli senatori, che nei cambiamenti dell’Europa l’Italia può essere
protagonista. Abbiamo portato l’Europa, con una iniziativa italiana, ad
affrontare il grande dramma del nostro tempo: la disoccupazione
giovanile. Oggi possiamo e dobbiamo fare di più, anzitutto su difesa e
sicurezza e sulle politiche industriali, per raggiungere l’obiettivo di
far arrivare il nostro manifatturiero al 20 per cento del PIL entro il
2020, per far sì che un’industria più forte sia volano dell’innovazione.
Anche per questo, al Consiglio europeo di fine ottobre punteremo tutto
sullo sviluppo dell’Agenda digitale, tema fondamentale proprio per la
competitività dell’Italia ed il recupero dei tanti, troppi, divari
Nord-Sud.
Onorevoli senatori, abbiamo il diritto di sognare gli
Stati Uniti d’Europa, per noi e soprattutto per i nostri figli. Ma non è
più tempo solo di sogni. La buona battaglia per l’Europa, che segnerà
l’Europa dei prossimi 15 anni, si gioca ora, nel 2004: come si muore di
austerità, si può morire di timidezza, di assenza di leadership.
Abbiamo
un’agenda ambiziosa per il 2014, sulla rotta Italia-Europa, fatta di
appuntamenti urgenti ed irrinunciabili: penso all’attuazione della
Garanzia giovani a partire da gennaio, con il lavoro necessario sui
centri per l’impiego, e al piano per l’edilizia scolastica con la Banca
europea per gli investimenti. Sono politiche pubbliche italiane ed
europee che valgono oltre 2 miliardi di euro per il nostro Paese.
L’Italia
può arrivare forte e credibile al 2014 quando guideremo l’Europa per
costruirla (e raccontarla) più unita, più solidale e più vicina ai
cittadini. Ma non c’è influenza senza credibilità. Credibilità vuol dire
conti in ordine, stabilità politica, obiettivi politici chiari.
Possiamo
scegliere di chiuderci nel nostro cortile delle lotte di politica
interna oppure possiamo giocare all’attacco, impegnando tutte le nostre
carte su quell’unione sempre più stretta tra i popoli europei, in cui
intendo impegnarmi nei prossimi mesi. La nostra prova arriva adesso:
dimostriamo all’Europa intera, con il nostro ambizioso semestre, che non
è un caso che il Trattato dal quale ha preso le mosse quella che poi
sarebbe diventata l’Unione sia proprio il Trattato di Roma, il Trattato
firmato a Roma, il Trattato firmato in Italia.
Signor Presidente,
onorevoli senatori, il Paese – e vado a concludere – è stremato dai
mille conflitti di una politica ridotta a cannoneggiamenti continui da
un fronte all’altro, una politica tanto più rissosa quanto più immobile,
ripiegata su se stessa, sorda ai veri interessi di chi dovrebbe
rappresentare: gli italiani. Questa è l’occasione giusta per dire basta.
L’appello
che rivolgo a tutti quanti siedono in quest’Aula lo rivolgo in primo
luogo a me stesso: basta con la politica da trincea, concentriamoci
finalmente solo su ciò che dobbiamo fare, sulle risposte concrete che il
Paese si sta persino stancando di chiederci e che invece ha il pieno
diritto di rivendicare: le risposte che si attendono le donne (e so bene
che il nostro decreto contro il femminicidio è importante, ma è sul
terreno delle pari opportunità, della vera applicazione delle pari
opportunità, che dobbiamo muovere in maniera sempre più incisiva); le
risposte che dobbiamo dare in materia di ambiente; le risposte che
dobbiamo dare in materia di contrasto alle mafie, di quel presidio
all’ordine pubblico e della legalità che in questi mesi è stato uno dei
capisaldi della nostra azione; le risposte che passano per ulteriori
investimenti seri nella scuola, nella ricerca, nella cultura e
nell’università.
Onorevoli senatori, coraggio e fiducia è quello
che torno a chiedervi. Mi appello oggi al Parlamento, mi appello al
Parlamento tutto. Dateci fiducia per realizzare questi obiettivi; dateci
fiducia per tutto ciò che si è fatto e si è impostato in questi pochi
mesi, una fiducia che non è contro qualcuno. È una fiducia per l’Italia,
una fiducia per le italiane e per gli italiani, una fiducia per tutti
coloro che aspettano dal Parlamento, dalle istituzioni, dalla politica
comportamenti, parole in base ai quali orientare le proprie scelte e su
cui fondare ciò che abbiamo il dovere di restituire ai nostri figli: la
speranza.
L’11 marzo del 1947 un grande liberale, Benedette Croce,
si rivolse in Parlamento ai suoi colleghi costituenti, nell’Assemblea
costituente, con le stesse parole che io vorrei oggi qui sommessamente
rivolgere ad ognuno di voi, personalmente prima che decidiate se votare
il si o il no alla fiducia. Diceva Benedetto Croce: «Ciascuno di noi ora
si ritiri nella sua profonda coscienza e procuri di non prepararsi, con
il suo voto poco meditato, un pungente e vergognoso rimorso».
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